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Quando ho letto sul quotidiano (online) dell’esistenza di un Ministero della Semplificazione ho pensato che c’era da ridere.

Invece proprio non ce l’ho fatta, a riderci sopra.

En Route

Parto domani, destinazione Indira Gandhi International Airport – New Delhi.

Il mio nuovo indirizzo sarà a New Delhi, Chittaranjan Park, CR Park per i locali.

Potrei anche imbattermi in me stessa, mentre cammino per strada, ma non preoccupatevi: non è di certo il motivo per cui mi sto trasferendo in India.

Aftermath

I wish I could upload this but all I can do is linking.

Oh My God

When I first heard about it, I thought it could be dangerous, given the time I already spend online.
Today, probably under the effect of the eccessive amount of chocolate I had, I decided to check it out.

It’s called Stumble Upon, and it takes you to websites selected according to your interests.

Welcome to the end of your productive life.

Certe canzoni di Tiziano Ferro, tipicamente quelle in cui nel ritornello lui urla talmente che  ti immagini alla perfezione le vene gonfie del suo collo, arrivano quasi a commuovermi.

Ho un problema?

Per i poteri conferiti dalla legge, mi dichiarano dottoressa magistrale in discipline semiotiche.

Mi hanno chiamata quando non me lo aspettavo, credevo ci fosse un’altro candidato prima di me. Quando ho sentito il mio nome ho fatto in tempo a recuperare le tesi, ma non, accidenti, a togliermi il soprabito. Con il quale sto in piedi ad ascoltare il suono melodioso della proclamazione e a fare il giro di strette di mano alla commissione.

Nel giro di un paio d’ore il mio weekend di festeggiamenti in Toscana (con ribollita già sul fuoco, anzi foho) si trasformerà in un soggiorno di quattro giorni a casa Annulli a Bologna dovuto alla necessità di assistere un fidanzato molto allergico e decisamente anglofono ricoverato in ospedale.

Ripensandoci, la storia del soprabito non è poi così grave.

Reparto di dermatologia.

- Belle scarpe, mi dice un inferimere che incontro entrando.
- Grazie, rispondo (via livraghi>condominio>secondo piano>appartamento>stanza>borsone>scarpe da tennis).

Nell’ambulatorio ci sono un’infermiera, un medico e due specializzandi giovanissimi. Avranno la mia età e pensare che un mio coetaneo possa essere un medico mi fa una certa impressione. Ma questo è un altro discorso.

- Buongiorno, chi è il malato?
- Lui, ma non parla italiano.
- Accomodatevi. Cos’ha?
(Lui non parla italiano però qualcosa capisce, quindi si sbottona le maniche della camicia per far vedere le macchie rosse)
- Gli chiedi di togliersi la camicia per favore?
(Gli chiedo, per favore, di togliersi la camicia)
- Can I take a picture of you? Chiede uno dei due specializzandi, in inglese stentato, precisando che è solo per fini didattici.
Un’orticaria bellissima, da manuale. Ne capitano in continuazione, ma difficilmente di così perfette.
- Signorina lei abita a Bologna?
- No. Sono qui, diciamo di passaggio.
- In che senso “diciamo”?
- Sono venuta qui per laurearmi, stamattina.
- Complimenti! E la festa la fa qui in ospedale?
- Eh. (No, non fa ridere)
- E in cosa si è laureata?
- Semiotica.
- Semeiotica! Brava!
- Semiotica, senza “e”.
- Ah, e che roba è?
- …
- Comunque il ragazzo ce lo teniamo qui noi in osservazione per almeno tre giorni.

Il pronto soccorso del Sant’Orsola è sempre pieno di gente. La struttura decandente, le luci al neon, le pareti gialline e le tende verdine che stanno alla vista come la minestrina fatta col dado e senza formaggio grattuggiato sta al gusto contribuiscono a far sembrare tutti messi anche peggio di quanto in realtà non siano.

Io sono in attesa che sia il mio turno per l’accettazione. Fa caldo, mi tolgo il soprabito. Mi fanno male i piedi. Una serie di pazienti in barella mi passano davanti. Decido allora di mettermi a sedere, e mentre mi dirigo verso la sedia vuota più vicina incrocio sguardi meravigliati. In effetti, la scena: in mezzo alla corsia del pronto soccorso, tra malati in barella e gente che si preme fazoletti insanguinati contro il naso o la testa, ci sto io, vestitino nero, scollo e tacchi alti. Turchesi. Di vernice.
Poi tocca a noi.

- Signorina ma chi sta male, lei o lui?
- Lui, solo che non parla inglese.
- Ho capito. Cos’ha?
- Una reazione allergica, credo. Si è coperto di enormi macchie rosse.
- La mando in dermatologia allora. Lui da dove viene?
- Canada.
- Ma vive in Italia…
- No.
- È qui per lavoro?
- No.
- Turismo?
- Sì, diciamo, cioè no. È una lunga storia.
- …
- Senta ma per l’assistenza sanitaria come si fa?
- Beh non lo lasciamo mica in mezzo a una strada. Mo poi guardi che curiamo addirittura gli extracomunitari, basta che paghino i 65 euro del bollettino…
- Signora ma veramente un Canadese è un extracomunitario…
- …
- …
- Beh, allora si informi al Cup… lui riesce a camminare?
- Sì, sì.
- Allora lo accompagni lei in dermatologia. È in fondo al vialetto interno, sa dove?

Lui riesce a camminare. Lui.
Sogno ad occhi aperti: c’è un palazzo in via Livraghi; in un appartamento del secondo piano c’è una stanza matrimoniale chiusa a chiave; nella stanza c’è un borsone di nylon; nel borsone c’è una sacca di cotone; nella sacca di cotone ci sono le mie scarpe da tennis sformate.

Guardo gli strumenti di tortura che ho ai piedi. Sospiro.

- Sì, lo so dov’è la dermatologia. Grazie Signora.

Rallento, il semaforo è rosso.
Mentre aspetto il verde, cerco di fare un rapido conto delle corsie riservate agli autobus con controllo telematico su cui sono finita -per sbaglio- nell’ultima mezz’ora. Quattro.
Accanto a me Elena, che il pessimo aperitivo e la strada che non si trova hanno da tempo trasformato in Carmine, tace.

-No!, dico io a un tratto.
-No!, fa eco lei, mentre io scuoto la testa.
-Noooo!, ripetiamo insieme, senza più energie, mentre la spugna sporca di un lavavetri aggiunge qualche crosta al mio parabrezza già severamente compromesso.

A quest’ora io avrei dovuto essere in Toscana, sommersa dalle ciambelline (chi le conosce lo sa e chi no, beh, mi dispiace) e circondata dagli ulivi; invece sono qui, con il mio little black dress sopra un paio di scarpe da tennis sformate, bloccata ad un semaforo di una strada imprecisata di Bologna area Ospedale Malpighi, che guardo il rivolo d’acqua sporca che scorre sul mio parabrezza mentre Elena commenta che il lavavetri in effetti ci mancava, questa sera. Maremma maiala.

Non ci resta che ridere.

Ieri, in macchina, ho girato per le zone tra Pavia ed Alessandria.
Il tempo era grigio e freddino. Ancora inverno.
Gli scheletri degli alberi ancora spogli costeggiavano la mia strada.
Tra i rami più alti, quasi su ogni albero, un infittirsi di rametti come in nuvolette, o palloni.

Sono dei nidi, ho pensato, con la meraviglia che danno le cose belle e semplici, quando ti ricordi che ci sono ancora.

Non avevo mai visto tanti nidi, così grandi, sugli alberi spogli. Mi sono sembrati una specie di miracolo.
Istinto ingegnere e perfetto: costruire i nidi per gli uccellini tra i rami spogli. Cresceranno le foglie, gli alberi li proteggeranno.

Io, che ho sempre trovato la natura piuttosto noiosa, non riesco a smettere di pensare a quei nidi sugli alberi lungo l’autostrada. Alla loro esattezza, leggerezza, fragilità. Mi commuove la loro dolcezza ma il retrogusto è triste, la tristezza di quella bellezza che dovremmo saper difendere.

Mi capita sempre, quando vedo le margheritine spuntare nei prati in quelle giornate tiepide sbagliate che espolodono in pieno inverno. Tristi margherite, non sopporteranno il ritorno del freddo. Dolci margerite, sorridenti e confuse: hanno scambiato gennaio per la primavera. E non ne hanno colpa, loro.

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