Quando ero piccola adoravo La Canzone di Marinella.
Le mie favole della buonanotte parlavano sempre (e solo) di marinai greci in viaggio verso casa, di giganti con un occhio solo in mezzo a un mare di pecore e di cani fedeli, eroici e (giustamente) immortali capaci di aspettare per vent’anni il ritorno di un padrone avventuriero.
Mi piacevano le mie favole, e i miei pupazzi si chiamavano Ulisse, Argo e Alessandro.
Ma la principessa?
Marinella. Il vento che la vide così bella, dal fiume la portò sopra una stella.
Una principessa vera, con gli occhi belli. Con un principe, un re addirittura, senza corona ma col mantello rosso e il cappello bianco – come la luna.
Quando ero piccola, avevo anche io una domanda difficile per i grandi: “Ma cosa succede, dopo, a Marinella?”
Dopo i baci, e i sorrisi.
E dopo i fiordalisi – hanno un nome bellissimo i fiordalisi.
Cent’anni e due giorni dopo, cosa succede?
Avrà pur perso il treno per tutti felici e contenti, ma Marinella rimane la mia principessa preferita.
Nella primavera del 1997 mia madre ha portato me e mia sorella a un concerto di De André. Ho questo ricordo di lui sul palco che parla di zingari e religioni con quella voce. Un discorso che sa di vento.
Quella sera De André non l’ha cantata, La Canzone di Marinella.
Dopo tutto me l’aveva insegnato lui che le favole, quelle vere, non sono a lieto fine.
uau.