Ci siamo. Vado a letto ora in India, e negli Stati Uniti la giornata elettorale non è che a metà. Quando mi alzerò, in alcuni stati lo spoglio sarà iniziato, e poche ore dopo l’America avrà un nuovo Presidente.
Ma, per quel che mi riguarda, Obama ha già vinto. Si è conquistato un posto nella storia, la storia di una campagna elettorale fatta di discorsi a sogni aperti, di emozioni intense che sono diventate mosse calibrate, di una comunicazione precisa che ha raggiunto tutti ovunque, usando come meglio non si poteva lo spaventoso potenziale democratico del web 2.0.
Obama, che conquisti o meno, in queste ore, la Casa Bianca, per me ha vinto perché nonostante tutte le analisi che ho letto (e provato a fare), nonostante sappia benissimo quanta infinita attenzione ci sono dietro ogni naturalezza, nonostante tutti gli artifici che sono riuscita ad individuare, oggi ho rivisto alcuni dei suoi discorsi, su YouTube; e mi sono commossa, di nuovo, emozionata, da capo, entusiasmata, come se non li avessi mai sentiti prima.
E come se, per dirne una, non l’avessi mai studiata nemmeno un po’, la comunicazione. Però, a pensarci bene, forse è giusto così.
Qualche anno fa, nel cercare di convincere qualche centinaio di studenti in comunicazione a considerare l’opzione di una laurea specialistica in semiotica, Umberto Eco fece un discorso dei suoi. Che metteva in risalto come la semiotica ci avrebbe dato gli strumenti di analizzare non solo un libro, una pubblicità, un film ma tutto quello che volevamo e davvero non c’erano molti limiti: sul piatto c’era uno studio capace di farci vedere dietro le quinte del mondo. Il discorso di Eco si chiuse con una domanda che si fece da solo: ma non è che tutto questo analizzare poi finisce per togliere fascino al mondo? E con una risposta piuttosto chiara: anche i ginecologi si innamorano.
Buon Election Day a tutti, e speriamo che per una volta di là dall’Oceano facciano la cosa giusta.
Certe volte l’immagine che si ha della realtà, specialmente se troppo analizzata, tende a deformarsi e a non presentare più quell’essenza colta istintivamente durante il primo fotogramma. Un pò come quando si osserva in maniera intensa un’opera d’arte: dopo qualche minuto sembra perdere ogni suo significato, e con esso la verità più intima. Forse perché il significato stesso della realtà non è completo, o forse perché la completezza non appartiene alla verità. Forse. In una memorabile scena di un’opera di Pasolini – “Che cosa sono le nuvole”- Antonio De Curtis a proposito della verità dice: “Non bisogna nominarla, perché appena la nomini non c’è più”. La frase del film, anche se è usata per spiegare altre cose che non interessano “l’analizzare”, ben si presta per dirci qualcosa di utile anche sull’analisi semiotica. Nell’osservazione dell’arte, dei fenomeni, della società, bisogna lasciare sempre un piccolo margine all’immaginazione, all’indicibile, perché voler dire o capire sempre tutto di ogni frammento di vita, ci allontana dal vero: il possesso totale coincide con la perdita. E allora si finisce come tanti critici d’arte (ma può valere anche per altre categorie) in un museo a sparar cavolate su un quadro talmente bello da poter parlare da solo. Non a torto, infatti, Edmond de Goncourt diceva che quel che al mondo ascolta più stupidaggini è forse un quadro da museo.
Poi il ginecologo – se capita – è liberissimo di amare. Casomai si sposa con un otorino. Sarebbe sicuramente un amore introspettivo.
E’ un piacere leggerti.
Geordie, è un piacere leggere te.
Sono d’accordo: c’è sempre qualcosa che sfugge, sia a chi se ne rende conto che a chi si perde in speculazioni pensando di aver afferrato tutto.
Ho sempre pensato che da lì, più che da ogni altra cosa, scaturisse il senso. Per questo sono una fan dell’Imperfezione.