Nata giù al Nord da madre terrona, una fetta significativa delle estati della mia infanzia è stata spesa in soggiorni nella metà d’Italia che dice tré, e non trè.
Mille chilometri, mille esatti, da sotto casa mia a sotto casa di mia Nonna Tetta (da Antonietta, si capisce), che ancora oggi aspetta i miei arrivi sbirciando (spiando, dice lei) da dietro le persiane, in attesa di alzare la fiamma sotto la bistecca (che lei chiama arrosto, accusandomi di usare parole del nord).
Da bambina la gioia di percorrere questi fatidici mille chilometri in auto l’ho avuta ben poche volte: treno, invece, e non avevamo lo spago intorno alla valigia, ma le borse di nylon a strisce bianche, rosse e blu, quelle sì. E anche l’arrivo alla stazione di Milano, puntuali un paio d’ore prima della partenza del treno, perché non si sa mai, era abbastanza nella regola dell’emigrante. Ci si metteva sul treno pazienti, con il Topolino tra le mani, e dopo ore e ore (e ore di ritardo) si arrivava a Roma e poi da Roma era quasi fatta, un po’ di pazienza e il treno rallentava passando tra i grattacieli del centro direzionale (credo di aver imparato il nome di Kenzo Tange alle scuole elementari) e si arrivava. Napoli Centrale, stazione di Napoli Centrale.
Un mese dopo, il viaggio di ritorno. Dalla stazione di Napoli i treni erano più lunghi dei marciapiedi e a noi toccavano sempre le carrozze in fondo. Nonna Tetta ci accompagnava alla stazione, trascinandosi dietro un frigorifero da viaggio pieno zeppo di carne perché lei, della carne del nord, non si fidava. Arrivati in stazione, da una delle sue borse Nonna tirava fuori ogni volta due uova alla coque con tanto di portauovo e cucchiaino per le bambine (le creature), vale a dire me e mia sorella, così per il viaggio (di notte, in cuccetta) stavamo a posto. Ce lo faceva mangiare lì prima di salire sul treno, prima di accompagnarci, tra i binari, alla carrozza giusta.
Una volta, mi ricordo, avevano messo un treno in prova, che si chiamava ETR 500, se non sbaglio. E quella volta c’era abbastanza marciapiede perché il treno non era poi così lungo. Qualche mese dopo lo hanno ribatezzato Eurostar, ma da lì la mia memoria di viaggio si fa confusa e corre veloce verso il momento in cui, a Napoli, ho iniziato ad andarci in aereo.
Ma, con l’aereo, la linea d’aria non c’entra.
C’entra invece con un sacco di curve e il mio famigerato mal d’auto, che quando ero molto piccola si esprimeva in un conato di vomito ogni chilometro. Le esplosioni a volte non lasciavano tempo di scendere dalla macchina, causando nei sedili posteriori i danni che potete immaginare (questa cosa di vomitare in macchina veniva detta fare “ ‘nu picciune“, un piccione, ma non ho mai capito perché).
Insomma, dalla stazione di Napoli a casa di Nonna Tetta, sperduta nei monti dell’Alta Irpinia, ci voleva poco più di un’ora, ma a me ogni volta sembrava un’eternità con tutte quelle curve e quelle soste per vomitare. Quindi, quando si doveva partire, la bambina faceva i capricci.
La bambina faceva i capricci per quello e anche perché quando i suoi amichetti le chiedevano dove andasse in vacanza non sapeva cosa rispondere, perché il paese di sua nonna non lo conosceva nessuno, e nessuno sapeva nemmeno cosa volesse dire, Irpinia. E lei avrebbe tanto voluto dire Napoli perché di Napoli almeno avevano sentito parlare tutti, ma tra Napoli e il mare, e dove stava lei d’Agosto e di sera faceva freddo da dormire con le coperte, c’erano novemilamilioni di curve.
Così a un certo punto, con un coplo capace di risolvere contemporaneamente i capricci pre-partenza e la necessità di un riferimento geografico semplice, Nonna Tetta introdusse nella mia vita la nozione della linea d’aria. Convincendomi che, nonostante la strada sembrasse lunghissima, in linea d’aria casa sua era vicinissima a Napoli. “In linea d’aria”, mi diceva (e dice), “Napoli è qua ddietro”.
Che non era falso.
A quel punto Napoli poteva valere per me come punto di riferimento onesto, e lamentarsi per quel viaggio di sofferenze per il mio stomaco era solo un prendersela con quella povera strada delle macchine che, ad essere come la linea d’aria, non poteva farcela.
Insomma questo concetto, quest’idea che la distanza tra i posti non si misura nel viaggio ma tracciando una riga dritta nel cielo terso, è diventato uno dei principi saldi della mia vita. Vuol dire che per quanto la strada che percorri ti sembri lunga e il viaggio faticoso, c’è sempre un posto a cui tornare e quel posto è, se lo cerchi con il naso all’insù, là dietro. Che devi accettarla così, l’imperfezione delle cose, perchè ci sarebbe anche un modo facile e diretto per arrivare. Solo, non è per noi.
Ciao Missie,
blog nuovo vita nuova?
Hai sempre la stessa mail? Posso dare il tuo indirizzo mail
a una mia amica che vuole fare un viaggio in India dopo natale?
Scrivimi in privato, con la mail che più spesso usi, così le do quell’indirizzo…
Un bacione,
Giò
Un racconto (ed un concetto) pieno di poesia. Ho chiuso per un attimo gli occhi – in linea d’aria – e mi sono sentito così vicino alla mia infanzia.
Hai un bel dono.
ho sorriso, brevemente,/e sono passato, lento,/oltre la distanza che mi separava dal confine,/dall’età e da altri luoghi