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Qui dietro.

The India Tube

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Un po’ rivista, un po’ community, un po’ galleria d’immagini e video, The India Tube è uno spazio dedicato a tutto quello che è davvero incredibile dell’India. Un posto per l’incredibile, lo stimolante, il nuovo, il buffo, l’insolito. Ci sono storie e immagini nuove tutti i giorni. Segui la mongolfiera e buon divertimento!

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Da una collaborazione tra Kartell e .normaluisa. Le voglio, e forse dipende dal nome: Cinderella. Glue Cinderella.

Piccante.

Ieri è stata una bella domenica di sole. Anche a Delhi sta arrivando l’inverno, ma di giorno il sole scalda ancora, e a volte la foschia si dirada per lasciare spazio ad un cielo così azzurro da inghiottire anche la polvere. Nella stradina davanti a casa mia, ho trovato questi due. Mi sono sembrati meravigliosi.

Ho pensato, perdonate se fa troppo “no surprises”, che magari l’amore non è altro che passare insieme cinquanta, o magari anche sessant’anni, e ancora aver voglia di sedersi uno di fronte all’altro, nel sole di una domenica di novembre, a scegliere peperoncini verdi piccanti.

Dimenticatevi passioni travolgenti e romanticismi: cinquanta, o sessant’anni fa, qui i matrimoni erano solo combinati.

Ci siamo. Vado a letto ora in India, e negli Stati Uniti la giornata elettorale non è che a metà. Quando mi alzerò, in alcuni stati lo spoglio sarà iniziato, e poche ore dopo l’America avrà un nuovo Presidente.

Ma, per quel che mi riguarda, Obama ha già vinto. Si è conquistato un posto nella storia, la storia di una campagna elettorale fatta di discorsi a sogni aperti, di emozioni intense che sono diventate mosse calibrate, di una comunicazione precisa che ha raggiunto tutti ovunque, usando come meglio non si poteva lo spaventoso potenziale democratico del web 2.0.

Obama, che conquisti o meno, in queste ore, la Casa Bianca, per me ha vinto perché nonostante tutte le analisi che ho letto (e provato a fare), nonostante sappia benissimo quanta infinita attenzione ci sono dietro ogni naturalezza, nonostante tutti gli artifici che sono riuscita ad individuare, oggi ho rivisto alcuni dei suoi discorsi, su YouTube; e mi sono commossa, di nuovo, emozionata, da capo, entusiasmata, come se non li avessi mai sentiti prima.

E come se, per dirne una, non l’avessi mai studiata nemmeno un po’, la comunicazione. Però, a pensarci bene, forse è giusto così.

Qualche anno fa, nel cercare di convincere qualche centinaio di studenti in comunicazione a considerare l’opzione di una laurea specialistica in semiotica, Umberto Eco fece un discorso dei suoi. Che metteva in risalto come la semiotica ci avrebbe dato gli strumenti di analizzare non solo un libro, una pubblicità, un film ma tutto quello che volevamo e davvero non c’erano molti limiti: sul piatto c’era uno studio capace di farci vedere dietro le quinte del mondo. Il discorso di Eco si chiuse con una domanda che si fece da solo: ma non è che tutto questo analizzare poi finisce per togliere fascino al mondo? E con una risposta piuttosto chiara: anche i ginecologi si innamorano.

Buon Election Day a tutti, e speriamo che per una volta di là dall’Oceano facciano la cosa giusta.

Questo letto si chiama Principessa ed è disegnato da Doshi Levien (”Best Quality since 2000″, dice, geniale, il suo sito) mi sembra l’antidoto perfetto per incubi e insonnie di ogni tipo.

Nata giù al Nord da madre terrona, una fetta significativa delle estati della mia infanzia è stata spesa in soggiorni nella metà d’Italia che dice tré, e non trè.

Mille chilometri, mille esatti, da sotto casa mia a sotto casa di mia Nonna Tetta (da Antonietta, si capisce), che ancora oggi aspetta i miei arrivi sbirciando (spiando, dice lei) da dietro le persiane, in attesa di alzare la fiamma sotto la bistecca (che lei chiama arrosto, accusandomi di usare parole del nord).

Da bambina la gioia di percorrere questi fatidici mille chilometri in auto l’ho avuta ben poche volte: treno, invece, e non avevamo lo spago intorno alla valigia, ma le borse di nylon a strisce bianche, rosse e blu, quelle sì. E anche l’arrivo alla stazione di Milano, puntuali un paio d’ore prima della partenza del treno, perché non si sa mai, era abbastanza nella regola dell’emigrante. Ci si metteva sul treno pazienti, con il Topolino tra le mani, e dopo ore e ore (e ore di ritardo) si arrivava a Roma e poi da Roma era quasi fatta, un po’ di pazienza e il treno rallentava passando tra i grattacieli del centro direzionale (credo di aver imparato il nome di Kenzo Tange alle scuole elementari) e si arrivava. Napoli Centrale, stazione di Napoli Centrale.

Un mese dopo, il viaggio di ritorno. Dalla stazione di Napoli i treni erano più lunghi dei marciapiedi e a noi toccavano sempre le carrozze in fondo. Nonna Tetta ci accompagnava alla stazione, trascinandosi dietro un frigorifero da viaggio pieno zeppo di carne perché lei, della carne del nord, non si fidava. Arrivati in stazione, da una delle sue borse Nonna tirava fuori ogni volta due uova alla coque con tanto di portauovo e cucchiaino per le bambine (le creature), vale a dire me e mia sorella, così per il viaggio (di notte, in cuccetta) stavamo a posto. Ce lo faceva mangiare lì prima di salire sul treno, prima di accompagnarci, tra i binari, alla carrozza giusta.

Una volta, mi ricordo, avevano messo un treno in prova, che si chiamava ETR 500, se non sbaglio. E quella volta c’era abbastanza marciapiede perché il treno non era poi così lungo. Qualche mese dopo lo hanno ribatezzato Eurostar, ma da lì la mia memoria di viaggio si fa confusa e corre veloce verso il momento in cui, a Napoli, ho iniziato ad andarci in aereo.

Ma, con l’aereo, la linea d’aria non c’entra.

C’entra invece con un sacco di curve e il mio famigerato mal d’auto, che quando ero molto piccola si esprimeva in un conato di vomito ogni chilometro. Le esplosioni a volte non lasciavano tempo di scendere dalla macchina, causando nei sedili posteriori i danni che potete immaginare (questa cosa di vomitare in macchina veniva detta fare “ ‘nu picciune“, un piccione, ma non ho mai capito perché).

Insomma, dalla stazione di Napoli a casa di Nonna Tetta, sperduta nei monti dell’Alta Irpinia, ci voleva poco più di un’ora, ma a me ogni volta sembrava un’eternità con tutte quelle curve e quelle soste per vomitare. Quindi, quando si doveva partire, la bambina faceva i capricci.

La bambina faceva i capricci per quello e anche perché quando i suoi amichetti le chiedevano dove andasse in vacanza non sapeva cosa rispondere, perché il paese di sua nonna non lo conosceva nessuno, e nessuno sapeva nemmeno cosa volesse dire, Irpinia. E lei avrebbe tanto voluto dire Napoli perché di Napoli almeno avevano sentito parlare tutti, ma tra Napoli e il mare, e dove stava lei d’Agosto e di sera faceva freddo da dormire con le coperte, c’erano novemilamilioni di curve.

Così a un certo punto, con un coplo capace di risolvere contemporaneamente i capricci pre-partenza e la necessità di un riferimento geografico semplice, Nonna Tetta introdusse nella mia vita la nozione della linea d’aria. Convincendomi che, nonostante la strada sembrasse lunghissima, in linea d’aria casa sua era vicinissima a Napoli. “In linea d’aria”, mi diceva (e dice), “Napoli è qua ddietro”.

Che non era falso.

A quel punto Napoli poteva valere per me come punto di riferimento onesto, e lamentarsi per quel viaggio di sofferenze per il mio stomaco era solo un prendersela con quella povera strada delle macchine che, ad essere come la linea d’aria, non poteva farcela.

Insomma questo concetto, quest’idea che la distanza tra i posti non si misura nel viaggio ma tracciando una riga dritta nel cielo terso, è diventato uno dei principi saldi della mia vita. Vuol dire che per quanto la strada che percorri ti sembri lunga e il viaggio faticoso, c’è sempre un posto a cui tornare e quel posto è, se lo cerchi con il naso all’insù, là dietro. Che devi accettarla così, l’imperfezione delle cose, perchè ci sarebbe anche un modo facile e diretto per arrivare. Solo, non è per noi.

Avrei potuto aprire un altro blog da capo.

Invece mi sono sentita in dovere di portarmi dietro tutti i miei bagagli confusi, senza alcun motivo razionale. Come quando apri il tuo armadio e vedi lì,  consunti puliti stirati e appesi in mezzo agli altri capi di vestiario “blu” del tuo armadio (va bene, forse questo succede solo a me), i jeans Levi’s che avevi messo il primo giorno di liceo. Lo sai benissimo che non li metterai mai più, non tanto per quel loro taglio terribilmente anni novanta ma perché hai da tempo perso la speranza (cadendo con i piedi terra, con un tonfo) che ti entrino mai più. Lo sai però sono lì, e lì rimarrando, superando traslochi, ripulisti e attacchi di ordinite acuta.

Proprio così.

Ordinite, però, si diceva. Quindi italiano di qua, inglese di là (mybeeline.wordpress.com), per la gioia di chi “è inutile che mi dai l’indirizzo del blog che poi è tutto in inglese e non capisco” e anche di chi “is this blog all in Italian?”.

Vediamo per quanto resisto.

La Storia di Tsodue

Qualche mese fa, sono stata a Dharamsala.

Dharamsala è una città dell’Himachal Pradesh, India del Nord. È una città sparsa che sembra piuttosto un insieme di villaggi arrampicati sulle montagne, uno dei quali è McLeod Ganj. McLeod Ganj è un posto pieno di occidentali vestiti in modo strano, ma questa è un’altra storia. Per questa storia quello che importa è che a McLeod Ganj ci sono un sacco di monasteri buddisti più uno che si chiama Namgyal e ha un caffé che serve cibo biologico e sostiene di avere nel menu la pizza migliore della città. Ma questo non è il motivo per cui il monastero Namgyal è famoso. È dove vive il Dalai Lama, per questo è famoso, e questo spiega anche perché ci sono tanti monasteri buddisti da quelle parti.

Come il monastero Kirti, dove ho incontrato Tsondue.
Tsondue ha la stessa apparenza di ogni altro monaco – la testa rasata, il vestito bordò, il rosario -   se non fosse per quella qualità intensamente seria e tuttavia serena del suo sguardo, che dirige – il più delle volte – verso il pavimento. È seduto in una stanza con altri tre monaci più giovani. Mentre parlano, ascolta con molta attenzione e prende appunti nel suo quaderno. Quando tocca a lui parlare, tutti nella stanza si alzano, congiungono le mani in segno di preghiera per offrire la loro benedizione, ed escono.

Tsondue comincia a parlare: la sua voce è roca, il tono è basso.
Sono le prime parole che pronuncia in quattro anni.
Ha fatto voto di silenzio, un silenzio in cui farà ritorno alla fine della nostra conversazione. Parla piano, enfatizzando le parole con ì gesti delle mani; ogni volta che termina una frase, accenna un sorriso e, con un leggero inchino, ringrazia per l’ascolto.

Tsondue ha quarantadue anni ma sembra più vecchio, non tanto nel corpo quanto  nell’atteggiamento. Viene da Golog, nella provincia di Amdo, in Tibet, dove ha trascorso la sua infanzia, con la sua famiglia di pastori nomadi. Sua madre è morta quando lui aveva solo otto anni, suo padre quando ne aveva sedici. Rimasto orfano, ha seguito la sua tribù nomade per altri tre anni, fino al suo ingresso nel monastero Kirti di Nawa. Lì, all’età di diciannove anni, gli fu data, per la prima volta in vita sua, la possibilità di studiare. Al tempo non sapeva leggere, né scrivere ed entrando in monastero avrebbe dovuto dedicare i successivi dieci anni allo studio; “dieci anni”, ripete, con l’entusiasmo di quel momento che ancora gli balugina negli occhi.
Ma le cose andarono diversamente.
Nel 1989, quattro anni dopo l’inizio della sua vita nel monastero, un’ondata di proteste  scatenatasi  a Lhasa e si è diffusa in tutto il Tibet. Con altri tre monaci, Tsondue aveva in programma di prendere attivamente parte alle manifestazioni ma, prima che fosse possibile, la polizia lo colse mentre affiggeva un poster in difesa del Dalai Lama e lo arrestò.

Lo interrogarono in dieci, cercando di estorcergli i nomi dei suoi compagni. In seguito al suo ostinato rifiuto di denunciarli, fu picchiato e torturato: su mani, braccia e schiena, Tsondue porta ancora i segni di quell’episodio. Mentre lo pestavano coi bastoni, ricorda, i poliziotti lo deridevano, dicendogli che il Dalai Lama sarebbe senz’altro accorso a salvare  un uomo tanto coraggioso.
Lo scherno, perfino più del dolore fisico, rese la situazione intollerabile: Tsendue perse i sensi diverse volte.

Dopo un mese di interrogatori fu condannato a due anni di reclusione nella prigione di Nawa.

In carcere, Tsendue passò il suo tempo con i prigionieri cinesi, provenienti per la maggior parte da altre regioni del Paese: le loro famiglie non potevano portar loro vestiti o cibo, così lui condivise i suoi. Dopo una vita passata in completo isolamento rispetto alla popolazione cinese, nella solidarietà che deriva dalla condivisione della stessa sofferenza, Tsendue fece amicizia con dei Cinesi.

Una volta rilasciato, tornò nel suo monastero ma fu mantenuto sotto stretta sorveglianza. La sua stanza fu sottoposta a periodiche persecuzioni, nell’ultima delle quali, nel 1994, i poliziotti trovarono in suo possesso una foto del Dalai Lama e gli chiesero di presentarsi al commissariato il giorno successivo.
Quella notte, solo e senza avvisare nessuno nel monastero, Tsondue fuggì nelle montagne di Golog, dove per sei mesi si nascose dai poliziotti inviati sulle sue tracce. Poi, l’ultima notte dell’anno, scappò verso Lhasa e lì, con un amico, pagò una guida che li conducesse attraverso il confine del Nepal; in seguito, si rifugiò in India.
Da allora, dice scuotendo tristemente la testa, non è mai tornato a casa.

I suoi sentimenti, però, sono di speranza.
Durante le torture, Tsondue giunse al punto di voler uccidere coloro che lo avevano arrestato, torturato e costretto a lasciare la sua casa e quando partì dal Tibet era pieno di rabbia.
Poi, però, ebbe la fortuna di ascoltare gli insegnamenti del Dalai Lama e finalmente capì: non esiste alcun beneficio nella violenza, in nessun caso, da nessuna delle due parti.

Tsondue è riuscito a perdonare tutti quelli che gli hanno fatto del male.
Ora, non ha che compassione per loro, perché si rende conto che sono vittime, proprio come lo sono lui e il suo popolo: vittime delle condizioni, dell’ignoranza, della politica. Adesso sa che la gente comune – i Cinesi come i Tibetani – non hanno colpe nella sua tragedia, e prega per un futuro in cui la politica possa raggiungere la condizione in cui lo spirito della gente comune è già, quella in cui la convivenza è, semplicemente, la cosa più naturale.
Tsondue prega ogni giorno perché arrivi il momento in cui Cinesi e Tibetani possano recuperare la storia di fratellanza che hanno costruito vivendo fianco a fianco per secoli.

Con un ultimo inchino, Tsondue sorride, si alza e si dirige verso la porta. Prima di uscire si ferma e mi guarda negli occhi. Quello sguardo risoluto e sereno è ora completamente puntato su di me: “Racconta la mia storia”, mi chiede, “per favore”. E aggiunge: “Non voglio che chi ascolta stia dalla mia parte, perché finché esistono parti opposte non esiste pace. Bisogna che ciascuno capisca, da sé, qual è la strada verso verità e libertà”.
Poi china leggermente il capo e, con passo lento, va via.

Negli ultimi quattro anni, Tsendue ha parlato una sola volta, per raccontare questa storia. Il resto dei suoi giorni è passato, e passerà, in un’incessante silenziosa preghiera per la pace.

webwithoutsense

Web Without Sense, dategli un’occhiata. Ha un sacco di senso.

(via Fabrica Blog attraverso Ann).

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